Quasi sempre accade che un progetto inizi molto tempo prima di scattare la prima foto. Il fluire della vita quotidiana nelle strade di una grande città con l’energia tipica del suo disordine regolare è sempre stato sotto i miei occhi. Ma solo dopo un certo sforzo di osservazione è apparsa la singola traiettoria, il percorso individuale, la traccia personale che ogni passante lascia intatta dietro di sè. Una successione di istanti apparentemente ininterrotta. Guardando meglio però, hanno iniziato a rivelarsi delle piccole pause. Questa è stata la prima scoperta: c’erano della pause.

I momenti di passaggio tra un pensiero e l’altro, tra una posa e l’altra, tra una maschera e l’altra, quei momenti di vuoto in cui la domanda di fondo “Chi sono io?” può liberamente riecheggiare fino in superficie, quei momenti di effettiva verità su di sè, che precedono l’automatico ripresentarsi del successivo pensiero, posa e maschera, erano lì davanti a me. Di più: ciò che vedevo nell’altro, ritrovavo in me.

Nella ricerca di quegl’istanti fugaci in cui l’uomo può sperimentare l’unica libertà e verità possibili, le immagini sono diventate delle prove, degli indizi per poter ricostruire e studiare questi infinitesimali vuoti in cui risiedono effettive possibilità di cambiamento. È emerso uno strato al di sotto della superficie, “semplicemente” guardando meglio. Ma cosa c’è dentro quel vuoto?

Simone Nunzi

Simone Nunzi

Simone Nunzi

Simone Nunzi

Simone Nunzi

Simone Nunzi

Simone Nunzi

Simone Nunzi

Simone Nunzi

Simone Nunzi